Tanto si parla di "Intelligenza emotiva"

ma cos’è?

Lo chiediamo alla psicologa psicoterapeuta

Dott.ssa Margherita Iavarone

 

Da sempre eravamo abituati a considerare un elevato quoziente intellettivo (QI) come presupposto essenziale per conseguire nella vita ambite mete. Da qualche tempo invece sembra che questo non sia più sufficiente e si parla sempre più della necessità di possedere di un qualcosa definito quoziente emotivo (QE). Ce ne parli.

L’intelligenza emotiva può definirsi come intelligenza del cuore e presiede ai rapporti con noi stessi e con gli altri. È responsabile della nostra autostima, della consapevolezza dei nostri sentimenti, pensieri, emozioni, reazioni; ne fa parte la nostra sensibilità, l’adattabilità sociale, l’empatia, la disponibilità, la possibilità di autocontrollo.

La consapevolezza emotiva ci mette cioè a contatto con il nostro mondo interiore, con i nostri bisogni, le nostre aspirazioni, le nostre predisposizioni…portandoci ad esprimere e realizzare le nostre potenzialità personali, a dare il meglio di noi stessi.

Mi sembra di capire che si tratta di un ampliamento di quella che da sempre è stata definita come "sensibilità", forse in qualche caso ritenuta anche dannosa. Perché ora è considerata una prerogativa essenziale perfino nelle selezioni del personale all’interno delle aziende?

Siamo stati educati infatti a non fidarci delle nostre emozioni, responsabili di distorcere le informazioni fornite dall’intelletto. Perfino la definizione "emotivo" ha sempre avuto un significato di debole, incontrollato, infantile…In realtà emozioni e intelletto costituiscono due metà di un intero. Il nostro QI può aiutarci a capire ed affrontare il mondo ma sono le emozioni (dal latino "movere") che ci spingono ad agire.

Perché l’intelligenza emotiva è considerata così importante nell’ambiente professionale?

L’ambiente di lavoro è l’ambito in cui diventa basilare la combinazione armonica tra diverse capacità per stabilire rapporti costruttivi, comprendere quando e come affidarsi alle sensazioni, cogliere le correnti emotive che si stabiliscono tra le persone, potenziando quelle positive e deviando quelle distruttive…Ed ecco perciò l’importanza di una intelligenza che non sia solo una logica fredda e astratta, ma qualcosa che favorisca una maggiore flessibilità.

Le qualità più importanti per emergere sono indubbiamente l’ottimismo, l’adattabilità, lo spirito di iniziativa…tutti aspetti dell’intelligenza emotiva che chiunque può apprendere e mettere in pratica.

Ma allora cosa accade ai tantissimi individui che sono stati incoraggiati sin da piccoli a sviluppare essenzialmente il proprio QI, addirittura con programmi e scuole speciali, molto diffuse specialmente in America?

Queste persone hanno scarsa consapevolezza di ciò che provano per cui ogni delusione è per loro devastante perché non sono preparati a gestirla. Si lasciano cioè sopraffare dai propri sentimenti molto più degli altri che sono capaci di riconoscere il proprio disagio già sul nascere. Sono abituati a reprimere la propria emotività, ma questa riaffiora d’improvviso con modalità autodistruttive, non solo con inaspettate e inopportune esplosioni emotive, ma anche in certi casi con disturbi fisici anche molto gravi.

In che modo ognuno di noi può comprendere di essere carente di Intelligenza Emotiva?

Basta porsi dei semplici interrogativi, quali ad esempio:

Lei ha detto che attraverso un apprendimento chiunque può aumentare il proprio Quoziente Emotivo. In che modo?

In questi casi consiglio di iniziare con un testo molto semplice dal titolo "l’Educazione Razionale Emotiva" edito dalla Erickson, che Mario Di Pietro ha scritto perché i bambini abbiano modo di apprendere quello che può essere definito come "alfabeto emozionale", cioè le capacità fondamentali del cuore. Noi lo adottiamo nel programma specifico che svolgiamo all’interno della scuola dell’obbligo, rivolto ad insegnanti e alunni. Molto utile per i genitori è inoltre il testo "Intelligenza Emotiva per un figlio" di John Gottman, edito da Rizzoli.

Mi sta dicendo che attraverso l’educazione affettiva si cerca di modellare ogni emozione del bambino secondo schemi imposti dall’adulto?

Si rassicuri, si tratta di un processo di apprendimento che porta all’autoregolazione delle proprie emozioni. Il bambino manterrà la propria emotività, ma anzichè esservi completamente assoggettato, imparerà a dominarla attraverso il proprio pensiero così da poter massimizzare il proprio benessere psichico nelle circostanze meno favorevoli.

In questo modo potrebbe cioè attuarsi l’integrazione tra le capacità cerebrali e l’intelligenza del cuore?

Precisamente. Se il nostro QI è in gran parte prefissato dalla nascita, la crescita emotiva è un processo che dura tutta la vita. Si inizia con l’insegnare al nostro corpo a riappropriarsi delle capacità di provare emozioni e sensazioni.

Si tratta di allenare le nostre risorse emotive, spesso irrigidite alla stregua di un muscolo atrofizzato, in modo da potenziare la nostra autoconsapevolezza, conservare il nostro ottimismo, controllare più efficacemente i nostri sentimenti negativi, essere perseveranti malgrado le frustrazioni, cooperare empaticamente con gli altri, stabilire legami sociali…nell’obbiettivo di conseguire un futuro più sereno, una migliore qualità della vita che dia maggiore gioia a noi e a quanti ci circondano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dott.ssa MARGHERITA IAVARONE

Psicologa Psicoterapeuta Analisi Transazionale

Studio Tel. 06.4870093