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L’ultima "voce" del "Dizionario della psiche" è stata dedicata al sonno e naturalmente ci siamo anche interessati, in margine, del suo quasi inseparabile compagno, il sogno, soggetto misterioso, quanto affascinante e avvincente. La mia passione per il cinema non mi permetterebbe mai di concludere un discorso su tali argomenti, senza citare uno dei film più belli e più intensi che la cinematografia ci abbia regalato, anzi, senza tema di eccedere, direi uno di quei film che, assieme ad altri, fanno del cinema, di un certo cinema, una vera e propria arte immortale e senza tempo. Mi riferisco ad un film del lontano 1957, un film che vede il sonno ed il sogno come vero protagonista, assieme anzi forse al di sopra dei personaggi reali e veri, stupendi interpreti di: "Il posto delle fragole"per la regia di Ingmar Bergman, il regista svedese che ci ha regalato tanti capolavori dei quali certo non mancheremo di parlare in questa rubrica e disponibili tutti, per fortuna, in videocassetta. Il "posto delle fragole" è un luogo dell’infanzia, il ricordo, suggestivo e tenero, struggente di un’infanzia lontana e come tale quasi dimenticata, quasi soffocata dagli avvenimenti, dagli accadimenti, ora lieti, ora tristi, che hanno riempito la vita dell’anziano medico svedese Isak Borg, vedovo, che vive in una lussuosa casa di Stoccolma assieme alla sua, anch’essa anziana e severa, ma affezionata e sincera governante. Il dottor Borg è un medico stimato ed apprezzato, amato dai suoi malati e proprio per questo, in occasione dei suoi cinquanta anni di professione, gli verrà conferito un prestigioso riconoscimento, il titolo di "Dottore giubilare", la cui cerimonia di assegnazione si svolgerà nella sua città natale, Lund, distante poche ore di auto da Stoccolma, ove il dottor Borg ora risiede. Ciò comporta, naturalmente la necessità di un "viaggio", un viaggio prima programmato e concordato, tranquillamente in aereo, e che all’ultimo momento ed inaspettatamente, con stizza e disapprovazione della governante, il dottor Borg, caparbiamente ed ostinatamente, con la caparbietà e l’ostinazione tipica degli anziani, decide di compiere in auto. Ma in questo viaggio il dottor Isak non è solo. Lo accompagnerà, non la governante, che caparbiamente, anche lei è anziana, lo raggiungerà, come stabilito, in aereo, ma la giovane nuora Marianna, la moglie di suo figlio, la quale, in piena crisi matrimoniale, ha temporaneamente lasciato la sua casa ed ora vi fa ritorno, per lasciarla forse definitivamente. Il dialogo tra i due è inizialmente aspro e duro, sincero, crudamente sincero e la giovane donna non nasconde la propria disistima per il vecchio medico, che sotto le spoglie mentite ed apparenti di una tranquilla e paterna bonarietà, nasconde invece un animo freddo ed egoista, egoista con tutti, anche anzi soprattutto, con il figlio. Ed è proprio quest’accusa, questa colpa, mai conosciuta, mai riconosciuta in se stesso, che dà inizio ad una riflessione, ad un’analisi del proprio io, che il dottor Borg compie nello scarso spazio temporale del viaggio in auto. Viaggio materiale che naturalmente è simbolico, oltre che esserne l’occasione, per un viaggio morale, un viaggio all’interno di se stesso, nel proprio intimo, nella propria più profonda esistenza, alla ricerca delle proprie radici, della propria coscienza, di una possibile chiarificazione e forse espiazione. Nel viaggio in auto l’anziano medico, oltre che dalla nuora, è accompagnato da tre giovani, che incontrati mentre facevano autostop, vengono ospitati in auto, Victor ed Anders, studenti l’uno di Teologia, di Medicina l’altro, simbolici evidentemente di una dimensione spirituale e alternativamente, materiale della vita, e Sara, la giovane donna di cui ambedue i ragazzi sono innamorati e che recita il ruolo affascinantemente femminile di oggetto della contesa. E sarà proprio Sara, con il suo nome, ma soprattutto con la sua freschezza ed ingenuità tutta giovanile e femminile, a fornire al dottor Isak lo spunto e l’occasione, per aprire la porta della propria polverosa e remota "soffitta dei ricordi", ma anche della propria coscienza, ove sono seppellite le memorie quasi dimenticate di un’adolescenza lontana, di luoghi lontani, del "posto delle fragole", il posto nascosto, ove la allora giovane cugina di Isak, Sara anche lei, andava a cogliere le fragole, ove Sara, di cui Isak è segretamente innamorato, s’incontra con il fratello maggiore di Isak, che poi sposerà, ove Isak adolescente, spia i due incontrarsi, soffrendo silenziosamente, ove probabilmente Isak inizia il suo cammino di chiusura agli altri, agli affetti, alle emozioni, ai sentimenti ai dolori, che dalla frequentazione partecipe con gli altri, inevitabilmente provengono, e si chiuderà nel proprio egoismo, nella propria solitudine, non materiale, ma affettiva, come difesa, come protezione contro tale sofferenza, egoismo tanto più grave, quanto più è misconosciuto, quanto più è travestito, quanto più indossa i panni, invece di altruismo e dedizione agli altri, che hanno fatto dell’anziano dottor Borg un medico amato e meritevole dell’ambito riconoscimento. Ed è proprio la giovane, nuova Sara, che suscitando l’occasione involontaria, la circostanza fortuita per rivisitare quei luoghi della memoria, quegli affetti, dà l’avvio, per l’anziano dottor Borg, ad un viaggio a ritroso nel tempo, nei propri ricordi giovanili, ma anche a ritroso nella direzione. Se, infatti, in quei ricordi, in quegli affetti è nascosta, è sepolta l’origine del proprio egoismo, anche in quei ricordi, riletti, rivisti, rivissuti è racchiusa la possibilità, l’occasione per una presa di coscienza, per un pentimento, per un ravvedimento, per un’espiazione. Ma ho parlato del film di Bergman come di un film in cui uno dei protagonisti è il sogno. Il viaggio interiore del dottor Borg, la sua palingenesi morale, sul filo dei ricordi della sua gioventù, è favorita, forse resa possibile, certo affiancata, commentata, criticata, resa più dolorosa e palese, dai suoi sogni, sogni che danno inizio, accompagnano e danno termine al film, a questa speciale giornata del dottor Borg, forse alla sua vita stessa. La decisione determinante, infatti, di intraprendere il viaggio in auto, piuttosto che in aereo, viene presa dal dottor Borg, inconsapevolmente, ma irrevocabilmente, quasi spinto e chiamato da una forza, una necessità interiore, al brusco, improvviso e doloroso risveglio da un sonno funestato, interrotto da un angosciante e terrorizzante incubo, quel sogno che chi ha già visto il film non potrà certamente aver dimenticato, quello in cui l’anziano medico, scopre di essere morto. Ma se questo primo sogno suscita angoscia e terrore, nel dottor Borg ed in noi stessi per le immagini di cruda realtà, il secondo altrettanta, se non maggiore angoscia e desolazione la evoca per i contenuti morali; Isak si trova, vecchio come è, a sostenere un esame che nell’aspetto esteriore richiama e rievoca quei tanti che deve aver superato in gioventù ed un freddo esaminatore con gelida cortesia gli chiede: "Qual è il primo dovere del medico?", domanda semplice, ma alla quale Isak però, dopo lunghe, angoscianti esitazioni non sa, al fine rispondere. Al termine del viaggio il cammino spirituale di Isak si è compiuto ed egli, finalmente pacificato con se stesso, si addormenta sorridendo e sogna, per la prima volta sereno, i suoi genitori defunti, che con aria tranquilla gli fanno cenno di avvicinarsi ai luoghi della sua infanzia, al posto delle fragole. Un sonno dal quale il nuovo Isak, forse non si sveglierà più.
Domenico Mazzullo |